Pittura pugliese

Oggetto:Dipinto
Soggetto:San Vincenzo e San Teodoro
Materia/tecnica:Affresco staccato
Misure:cm 183x212
Datazione: fine XIII inizi XIV secolo
Autore:Frescante Pugliese (?)
Luogo e periodo di attività dell'autore:XIII secolo
Collocazione:Sala II
Descrizione:
L'affresco proviene dalla chiesetta rupestre intitolata a San Nicola presso Faggiano (Taranto), dove fu visto e descritto analiticamente da Alba Medea nel 1939. La studiosa, oltre gli affreschi oggi in Pinacoteca, qui pervenuti nel 1967 dopo essere stati staccati e restaurati dall'allora Soprintendenza ai Monumenti e alle Gallerie della Puglia nel 1952, ne descrive alcuni altri, sicuramente coevi (salvo uno, raffigurante una Crocifissione con Santi, di epoca assai più tarda), riproducendo rispettivamente San Nicola (?) in trono (MEDEA, 1939, fig. 116), Il battesimo di Cristo (ibidem, fig. 119), un Sant'Elia frammentario (ibidem, fig. 123), un Santo di difficile identificazione (San Felice?), anch'esso frammentario, e resti di un'altra testa di Santo, andati successivamente perduti a causa della distruzione della chiesetta.
Dopo il restauro del 1952, in occasione del quale erano stati riportati su tela, gli affreschi sono andati incontro ad un progressivo degrado, e pertanto nuovamente restaurati nel 1992-1993: staccati dal supporto in tela e riportati su materiale sintetico a nido d'ape, nonché forniti di un telaio in alluminio, essi risultano attualmente perfettamente leggibili, nonostante vaste lacune nella zona centrale dei primi due, e nella superiore del terzo.
Il lacerto più vasto, che presenta vistosi avvallamenti dovuti all' andamento assai irregolare della parete da cui furono staccati, raffigura a sinistra San Vincenzo, in posizione stante, identificabile attraverso la scritta O A BI[KE]N[...] ai lati della testa. Il santo, che ha il capo tonsurato circondato da aureola profilata da perline e il volto allungato e barbuto, indossa una dalmatica marrone scuro foderata di rosso, decorata da rombi delineati da puntini bianchi, includenti rosette perlinate rosse e gialle, con ricami in corrispondenza dello scollo, delle maniche e dell'orlo inferiore, dal quale spunta la tunica rossa sottostante, anch' essa ricamata. Dalla spalla sinistra gli scende un mantelletto bianco a strisce rosse e nere (su cui si distinguono due uccellini rossi, forse due corvi, attributo iconografico di San Vincenzo da Saragozza), dal quale fuoriesce la mano che regge un volume dalla copertina decorata da un complesso motivo intrecciato; la mano destra regge invece un turibolo.
A sinistra di San Vincenzo è un santo cavaliere che monta un bellissimo destriero rosa a pallini bianchi, identificato dalla scritta ai lati del volto come O A ?EO?[O]PO[?], iscrizione che ricompare, in forma incompleta (?E) sulla gualdrappa del cavallo. Il santo indossa l'armatura, sulla quale porta la tunica e un ampio mantello rosso. Con la mano destra regge le briglie e lo scudo, mentre con la sinistra impugna l'asta, a trafiggere il drago raffigurato come un grande intreccio di spire, con colori che vanno dal grigio al rossiccio al senape al bianco. In alto, a destra, sullo sfondo blu si staglia il braccio di Dio (con amplissima manica bianca a stelle rosse e sottomanica rosso e marrone), con la mano benedicente alla greca e iscrizione: X[E]IP KU[PIOU], la mano di Dio.
Lo sfondo consiste in fascioni orizzontali, blu nella parte alta, gialli al centro, marrone scuro in basso.
Gli affreschi, citati negli Atti della Santa Visita di Mons, Brancaccio alla parrocchia di Faggiano, risalente al 1578, furono dimenticati del tutto sino al Novecento, quando furono menzionati dal Coco e dal Gabrieli. Si deve alla studiosa Medea la prima, attenta analisi del complesso: ella datava gli affreschi sulle pareti tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, riconoscendovi "i medesimi caratteri stilistici ed epigrafici" (MEDEA, 1939, p. 187) e attribuendoli quindi ad uno stesso frescante. Nell'elegante figura di San Vincenzo la studiosa coglieva poi uno specifico rapporto con il Santo Stefano della cripta dei Santi Stefani a Vaste che, sulla scorta del Diehl, giudicava appartenente alla corrente greco-latina del XIV secolo. La maggiore tenuta stilistica nel modellato del volto del santo a Faggiano la induceva però a retrodatare gli affreschi alla seconda metà del XIII secolo. Quanto agli affreschi sul pilastro, ella tendeva a vedervi un'altra mano "per il modellato tanto più fuso, per la forma delle piccole teste dall'ovale assai meno allungato, per la speciale espressione di dolcezza, spiegata d'altra parte dal differente carattere dei personaggi rappresentati secondo la varietà attribuita alle diverse età nelle rappresentazioni dell'arte bizantina o d'influenza bizantina" (ibidem, p. 187). La studiosa, inoltre, nei minuti caratteri decorativi che contraddistinguono questi ultimi affreschi coglieva influenze" non estranee alla tecnica della miniatura" (p. 188).
Nel 1964 Michele D'Elia si dichiarava sostanzialmente d'accordo con la Medea, datando l'affresco con San Vincenzo e San Teodoro al XIV secolo e inserendolo nella stessa temperie culturale cui appartengono la tavola agiografica di San Nicola e quella di Santa Margherita, entrambe da Bisceglie e oggi nella Pinacoteca di Bari, e la parte più tarda dell'Exultet II di Troia (in cat. Bari 1964, p, 38). Nel 1971 e, ancora, nel 1972, la Belli D'Elia, cogliendo negli affreschi rapporti con le icone crociate del Monte Sinai, caratterizzate da "una stessa commissione di caratteri stilistici bizantini e gotici" (1971, p. 637), li inseriva nel quadro dei rapporti tra Puglia, Cipro e Terrasanta. Uno scatto in direzione di una più precisa ed organica interpretazione critica degli affreschi veniva nel 1975 da D'Elia che, riprendendo e sviluppando alcuni spunti di Weitzmann, analizzava i nessi che legano gli affreschi di Faggiano - e gran parte degli altri che, nel Tarantino come nel Materano, decorano le pareti delle chiese rupestri - non solo con alcune icone di Terrasanta (in particolare la n. 3 e le nn. 43-44 pubblicate da Weitzmann) prodotte in ambiente crociato, ma anche con miniature come il Salterio di Melisenda e l'Histoire Universelle, della fine del XIII secolo, pubblicate da Buchtal nel 1957.
Il D'Elia spiegava quindi il fiorire della pittura murale in Puglia tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo come l'opera di artisti monastici che, dopo la caduta di Acri nel 1291, avevano cercato nuove occasioni di lavoro a Cipro ma, soprattutto, sull'opposta sponda pugliese, creandovi un milieu culturale omogeneo rispetto ai luoghi di provenienza (D'ELIA, 1975, p. 166 e sgg.).
L'importante recupero reso possibile dal restauro 1992-1993, pur senza apportare modifiche sostanziali a questa tesi che si rivela a tutt'oggi come la più illuminante e plausibile dal punto di vista critico, ha messo maggiormente in risalto l'altissima qualità degli affreschi, i cui caratteri stilistici trovano riscontro, oltre che negli affreschi pugliesi e lucani citati da D'Elia, in quelli siciliani del castello di Paternò, recentemente studiati dalla Migneco (1996).
Certamente dovuti ad un medesimo frescante e non, come voleva la Medea, a due distinte personalità, gli affreschi di Faggiano mostrano un'estrema raffinatezza nell'accostamento dei colori, con esiti quasi "astratti" nel più volte citato drago-serpente, qualificandosi come una tra le imprese decorative di più alto livello realizzate in Puglia tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo.
Schedatore:Clara Gelao
Bibliografia:COCA, 1929, pp. 10-12;
GABRIELI, 1936, p, 38;
MEDEA, 1939, pp, 182-188;
D ELlA, in cat Bari 1964, p. 38;
WEITZMANN, 1966, pp. 70-71;
FONSECA, 1970, pp, 58-60;
BELLI D ELlA, 1971 pp, 635-638;
BELLI D ELlA, 1972 p. 27, fig. 70 p. 25, figg, 73-74 p. 26;
D ELlA, 1975, pp. 162-163;
MILELLA, in caL Roma 1997, p. 216;
GELAO, in La Pinacoteca, 1998, pp. 47-50;
GELAO, in caL Bari 2004-2005, pp. 162-165.
Bibliografia Generale:Apri (PDF)
Catalogo generale:1600034653